“Money” – Pink Floyd – The Dark Side of the Moon (1973) – significato

di

Matteo Gabrini
Il Meccanismo del Profitto: Perché “Money” dei Pink Floyd non parla del denaro, lo diventa L’introduzione e l’inganno del loop: quando il ritmo…

Il Meccanismo del Profitto: Perché “Money” dei Pink Floyd non parla del denaro, lo diventa

L’introduzione e l’inganno del loop: quando il ritmo ti cattura

Per anni non sono riuscito davvero ad ascoltare l’inizio di Money. Non perché fosse difficile, ma perché era troppo presente. Quella sequenza di registratori di cassa, monete e carta che scorre non sembra nemmeno un’introduzione: è come se il pezzo fosse già cominciato prima ancora del tuo arrivo. Ogni volta mi dava una sensazione strana, quasi fisica, come se qualcosa stesse funzionando senza di me e io potessi solo inserirmi in quel flusso.

Col tempo ho capito che non era un fastidio casuale, ma una reazione corretta. Quell’intro non è pensato per essere “bello”, quanto per mettere in scena il denaro nella sua forma più concreta. Non viene evocato o raccontato, ma riprodotto attraverso suoni reali organizzati in un loop che diventa ritmo. Qualcosa che non descrive il denaro, ma lo mette già in funzione mentre tu stai ancora cercando di capire cosa stai ascoltando.

Money non parla del denaro: funziona esattamente come il denaro, e ne sei coinvolto nell’istante stesso in cui provi ad ascoltarlo.

Questa struttura operativa, dove la musica non è un elemento passivo ma un ingranaggio che ti cattura, non è un caso isolato nella storia del rock. È lo stesso rovesciamento percettivo che ho analizzato a proposito di “Livin’ on a Prayer dei Bon Jovi”, dove l’artificio tecnico diventa immediatamente realtà emotiva per l’ascoltatore.

Il solo di Gilmour: l’illusione di una tregua in 4/4

Poi arriva il solo e, per anni, è stato quel passaggio a cambiare completamente la mia percezione. Dopo una ripetizione iniziale che sentivo quasi opprimente, la chitarra apriva uno squarcio. Non era solo una variazione musicale, ma una sensazione diversa, più ampia e libera, come se improvvisamente la struttura respirasse.

Questa impressione non è solo soggettiva: a metà pezzo il tempo cambia davvero, passando dal matematico e irregolare 7/4 a un più lineare e rassicurante 4/4. Il ritmo si stabilizza e sopra quella base la chitarra di David Gilmour si muove con una naturalezza quasi disarmante, tanto che all’ascolto tutto sembra inevitabile.

L’orologeria di Waters, Mason e Gilmour

È proprio in questo punto che si capisce quanto tutto sia costruito con precisione chirurgica.

La chitarra di Gilmour sembra libera, ma in realtà è controllata in ogni dettaglio: pochi fraseggi, pause studiate, bending tenuti con una stabilità quasi innaturale.

Sotto, il basso di Waters non cerca mai di “animare” davvero il pezzo, insiste su un giro che si ripete fino a diventare ipnotico, quasi inevitabile.

E intanto la batteria di Mason tiene tutto in asse senza mai imporsi, lavorando sugli accenti come se il compito non fosse spingere, ma mantenere il sistema in equilibrio.

Messi insieme, i tre Pink Floyd compiono una magia ambigua: ti danno l’impressione che il pezzo si muova liberamente, mentre in realtà ogni singolo elemento è completamente sotto controllo. Quando provi a suonarlo, questa illusione sparisce. Quella fluidità non è naturale, è sotterraneamente rigida. Quel solo mi è sempre sembrato un’uscita possibile, finché non ho capito che era solo un modo più elegante per restare inclusi nel sistema.

Abituarsi all’anomalia: la normalizzazione del 7/4

La cosa che più mi ha colpito col tempo è che quella sensazione iniziale di sconcerto, che consideravo scomoda, a un certo punto smette di esserlo. La composizione è costruita su un tempo in 7/4, tecnicamente irregolare, eppure dopo qualche ascolto non lo percepisci più come tale. Quello che all’inizio sembrava instabile finisce per diventare la norma.

È in questo passaggio che il brano cambia posizione. Ciò che accade a livello musicale somiglia molto a ciò che succede nella realtà capitalista: qualcosa di artificiale e costruito che, attraverso la ripetizione, diventa familiare. Il punto è che non sei tu ad entrare nella composizione: è il brano che si estende fino a te. E quando te ne accorgi, finisce per diventare la norma.

Testo e voce: la complicità involontaria dell’ascoltatore

Anche il testo, ai primi ascolti, può trarre in inganno. Sembra quasi ironico, persino leggero, ma prestando attenzione si coglie una sfumatura più sinistra. Non c’è un giudizio morale esplicito né una condanna netta; c’è invece una rappresentazione più sottile: il denaro appare come qualcosa che attrae, che promette e che definisce, senza essere mai davvero rifiutato.

È proprio questo a renderlo scomodo. Non è una critica che riguarda “gli altri”, ma qualcosa in cui è fin troppo facile riconoscersi. Arriva un passaggio in cui non stai più ascoltando un discorso sul denaro, ma un modo di pensare che già ti appartiene.

Questo tipo di narrazione speculare ricorda da vicino la struttura di “King of Hollywood” degli Eagles, dove il sistema dell’industria dello spettacolo non viene raccontato cinicamente dall’esterno, ma vissuto e normalizzato dall’interno.

Il ritorno all’inevitabile e il paradosso del successo

Dopo il solo, la struttura torna al punto di partenza in modo preciso, senza incertezze, e lì la percezione cambia ancora. Quello che prima sembrava opprimente ora appare inevitabile. È come se quel breve momento di apertura in 4/4 rendesse il ritorno alla gabbia del 7/4 ancora più chiaro: ormai sai come funziona, sai cosa ti sta facendo, e proprio per questo ti coinvolge ancora di più. In quel momento diventa evidente che il punto non è uscire dal sistema, ma accorgersi di quanto sia strutturalmente impossibile farlo.

Da qui deriva l’ironia finale che sigilla il brano. Money è uno dei brani più riconoscibili dei Pink Floyd e uno dei loro primi grandi successi commerciali. È una contraddizione solo in apparenza: non indebolisce il pezzo, ma lo completa. Dimostra empiricamente che il sistema messo in discussione è lo stesso che rende possibile il successo planetario della critica stessa. La denuncia non sta fuori dal meccanismo; passa necessariamente attraverso di esso.

Conclusione: Sentire il capitalismo

Ripensandoci oggi, quello che mi dava fastidio all’inizio era proprio il perfetto funzionamento di questo ingranaggio. Adesso non lo percepisco più come opprimente, ma nemmeno come rassicurante; mi sembra semplicemente coerente.

Money non ti spiega il denaro a parole: quando inizi a seguire le sue note, sei già inserito nel suo modo di funzionare. Ti abitua al suo ritmo, ti offre una finta via d’uscita e poi te la toglie, lasciandoti con una consapevolezza lucidissima: quella di aver riconosciuto un meccanismo musicale che, in realtà, era già dentro il tuo modo di abitare il mondo.

E a quel punto non si tratta più di capirlo.

Si tratta di vedere cosa succede quando inizi a muoverti dentro quel meccanismo come se fosse naturale.

Come se non ci fosse mai stata una differenza — qualcosa che in “King of Hollywood” smette completamente di essere una finzione.

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