Adelante! – Il viaggio di De Gregori nell’Italia dei paradossi
Il contesto storico: Un viaggio forzato tra Torino e Palermo
Per capire davvero l’atmosfera di questo brano bisogna tornare nell’Italia del 1993. Un Paese sospeso, disorientato, attraversato da una profonda crisi d’identità che sembra allungarsi da Torino fino a Palermo. Il testo descrive questo scenario tracciando una lunga linea geografica e sociale che unisce il Nord e il Sud, legando idealmente i grandi centri industriali ai luoghi del potere politico e agli stadi.
La cronaca di quegli anni racconta di un vecchio sistema politico che si sta sgretolando sotto i colpi delle inchieste di Tangentopoli. De Gregori non fa il cronista politico, ma da grande artista usa la poesia per catturare il “sentire” di quell’epoca: la sensazione che i confini della legalità e della moralità si fossero fatti improvvisamente sfocati e confusi.
Quella registrazione “rubata” sul palcoscenico vuoto
C’è un dettaglio che mi ha sempre affascinato e che rende questo brano ancora più viscerale: Adelante! Adelante! non nasce in uno sterile studio di registrazione, ma respira fin da subito l’aria della strada.
Sebbene sia contenuta all’interno di un album a tutti gli effetti live come Il bandito e il campione, la traccia è un inedito registrato durante un soundcheck, a metà strada tra i fumi del backstage e il vuoto degli spalti prima dell’arrivo del pubblico. Quando la ascolto, non posso fare a meno di sentire quell’urgenza tipica del “buona la prima”, l’energia grezza di musicisti che provano un pezzo che brucia tra le mani, sapendo che l’Italia là fuori sta cambiando proprio in quell’istante.
Il significato del testo: Il gioco delle metafore e i diritti capovolti
IIl cuore del brano è un continuo mescolarsi degli opposti, un quadro in cui il denaro cancella ogni senso etico e le strade si ritrovano private di regole certe, mentre i legami tra le generazioni sembrano essersi spezzati.
Il punto più alto di questa riflessione si concentra sui paradossi della giustizia e della società, sintetizzati in due passaggi storici fondamentali:
“e il diritto si confonde col favore”
Qui viene fotografata la logica clientelare: ciò che spetta per legge a un cittadino viene ribaltato e trasformato in un regalo concesso dall’alto dal potente di turno. Subito dopo, De Gregori aggiunge una seconda immagine speculare:
“ed il diritto col carnevale”
Secondo un’interpretazione diffusa a livello popolare, il termine “Carnevale”, scritto con la maiuscola, allude al giudice Corrado Carnevale, figura chiave del dibattito sulla giustizia di quegli anni. Una lettura mai confermata esplicitamente dall’autore, ma che continua ad accompagnare la carica di questa stoccata a distanza di decenni.
Il fantasma di Don Chisciotte e i mulini a vento della Storia
Ogni volta che sento quel grido, “Adelante!”, la mia mente viaggia inevitabilmente oltre i confini italiani, fino alla Spagna del Don Chisciotte.
C’è una tragica ironia letteraria che De Gregori mastica benissimo: quel termine evoca i comandi di un cavaliere idealista che combatte contro i mulini a vento in una terra desolata. Nel contesto del 1993, quell’ordine di andare avanti assume una sfumatura quasi epica e disperata. Come se l’artista ci stesse dicendo che, rimasti orfani di guide politiche e morali, non ci resti che l’ostinazione romantica e un po’ folle di un cavaliere errante per non soccombere al caos. È un senso di disincanto che mi riporta spesso alle atmosfere malinconiche di “Wish You Were Here“, dove la mancanza di punti di riferimento e l’assenza diventano la vera chiave per misurarsi con la realtà.
L’estetica da cowboy e lo scudo dello sceriffo
Nei video e nei concerti di quel periodo, De Gregori saliva sul palco con un look ben preciso: cappello a tesa larga da cowboy e una vistosa tracolla per la chitarra che riproduceva una cartucciera piena di proiettili.
Questa scelta estetica è un’estensione visiva del testo. Vestendosi da pistolero, l’artista suggerisce che l’Italia sia diventata un Far West selvaggio e privo di regole certe. Ma guardando quei filmati ho sempre avvertito anche un senso di profonda solitudine. In quegli anni di transizione, il pubblico e la critica cercavano disperatamente nei cantautori delle risposte o delle guide spirituali. Vestirsi da sceriffo solitario era sì la metafora del Paese, ma forse anche uno scudo emotivo per dirci: “Non chiedetemi ricette, sono solo un viandante che attraversa la polvere insieme a voi”.
L’analisi musicale: Il dialogo tra le due chitarre
Musicalmente, il pezzo è una cavalcata rock trascinante guidata dal ritmo incalzante di un autotreno pesante che corre lungo le strade statali. Ma la vera magia dell’arrangiamento è affidata al talento dei musicisti e al modo in cui fanno dialogare le due chitarre.
Lucio Bardi (La chitarra acustica nel finale): Quando la denuncia finisce e le parole lasciano spazio alla musica, la traccia cambia pelle. Entra in gioco la chitarra acustica di Lucio Bardi, che prende le redini della coda conclusiva. È un assolo acustico splendido, dal sapore folk e cinematico, che smorza la tensione elettrica accumulata fino a quel momento e chiude il brano come una carovana che si allontana nella polvere. Restano il ritmo della marcia, il peso delle domande e quell’ordine del titolo – “Adelante!” – che continua a risuonare senza indicare una vera destinazione.
Vincenzo Mancuso (La chitarra elettrica solista): A lui sono affidati gli intermezzi strumentali che scandiscono la canzone. Mancuso interviene con un suono di chitarra distorto ma gestito con un controllo e un’eleganza straordinari. Il suo approccio e l’uso del fraseggio ricordano da vicino il tocco espressivo di Mark Knopfler in capolavori come “Brothers in Arms”: la distorsione è dosata al millimetro per infilarsi con precisione chirurgica negli spazi lasciati liberi dal cantato, arricchendo la narrazione senza mai coprire la voce.
Conclusione
A più di trent’anni dalla sua pubblicazione, Adelante! Adelante! continua a colpire perché non racconta soltanto l’Italia del 1993. Racconta la sensazione universale di trovarsi in viaggio quando le certezze stanno crollando e la strada davanti sembra sempre più confusa.
Ed è proprio questo il paradosso più grande evocato da De Gregori: la necessità di continuare ad andare avanti, anche quando non è affatto chiaro verso dove.
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