Quando ti volti davvero
A un certo punto succede: dopo tutto quello che è venuto prima, dopo aver faticosamente capito, condiviso e accettato, e dopo essere rimasto definitivamente senza più appigli, mi volto. E quando lo faccio non trovo qualcosa da sistemare o un punto fermo da cui poter ripartire, ma trovo solo quello che è rimasto indietro, ovvero tutto ciò che non ho più alcun modo di recuperare.
Non si tratta di una ricerca e nemmeno di un tentativo: è semplicemente il momento in cui smetto di guardare avanti e accetto di osservare ciò che è alle mie spalle, perché per la prima volta non mi interessa più capire come sono arrivato fin qui, mi interessa soltanto vedere cosa è rimasto.
La retorica della resistenza
Sulla carta “Against all odds” sembra una frase di pura resistenza, un’espressione che dà l’idea di voler continuare nonostante tutto, ma quando la ascolto a questo punto del percorso perde completamente quel significato.
Quel disperato “Take a look at me now” non è una richiesta di aiuto e nemmeno l’ennesimo tentativo di ricominciare, ma il ritratto di me stesso che si ferma, immobile, davanti a quello che manca, senza cercare di riempirlo in alcun modo.
Non provo più a cambiare il finale o a riscrivere quello che è stato: per molto tempo ho creduto che il problema fosse accettare la perdita, ma adesso capisco che la perdita è già stata accettata e quello che resta è soltanto guardarla.
C’è solo una constatazione nuda: quello che c’era non c’è più. Una sensazione che, pur con sfumature differenti, mi riporta inevitabilmente a “Wish You Were Here” dei Pink Floyd, dove l’assenza riesce a occupare tutto lo spazio lasciato libero dalle parole.
L’illusione del movimento
Finché ci si muove, si ha l’impressione di fare qualcosa, di combattere una battaglia che ha ancora un senso. Ma la verità è che il movimento, spesso, è solo l’ultimo paravento dietro cui nascondiamo l’evidenza.
Quando quel movimento si interrompe e l’inerzia finisce, crolla anche l’impalcatura dei nostri sforzi continui. Restare fermi significa smettere di scappare dalla traiettoria del colpo che è già andato a segno; significa ammettere che l’agitarsi frenetico non ha fatto altro che ritardare l’impatto con la realtà.
Una crescita che espone
Rispetto al vuoto e alla sottrazione sentiti in precedenza, qui l’atmosfera cambia drasticamente perché la musica non si ritrae, ma cresce. Si dice che questo brano, inizialmente intitolato “How Can You Just Sit There?” sia stato concepito da Phil Collins durante le sessioni del suo primo album solista, nel pieno della dolorosa rottura con la prima moglie.
La traccia sembra fosse rimasta fuori dal disco, quasi fosse un peso troppo grande da mostrare, finché il regista Taylor Hackford non chiese al musicista un pezzo per la colonna sonora del suo film omonimo del 1984.
Quando lo ascolto, il pianoforte diretto, la voce che sale e la struttura che si apre con decisione non mi trascinano in avanti, ma attuano una dinamica che mi espone del tutto.
Tutto quello che prima restava compresso sotto la superficie qui viene trascinato fuori, lasciandomi completamente senza protezione: non avverto una liberazione, ma un’esposizione totale, come se la canzone eliminasse gradualmente ogni riparo fino a lasciarmi solo davanti a ciò che non posso più evitare.
Una voce senza difese
In questo flusso non trattengo niente, non resto indietro e rinuncio a misurare quello che esce. Sento tutta la transizione di quel periodo storico, con Collins che sta lasciando progressivamente l’impronta art-rock e progressiva dei Genesis per diventare un gigante del pop mondiale, ma lo fa portandosi dietro una vulnerabilità feroce.
C’è una curiosità tecnica che mi impressiona sempre quando ascolto questa traccia: è stata una delle prime registrazioni in cui ha fuso la batteria acustica con la drum machine Roland TR-909, creando un contrasto pazzesco tra la freddezza della macchina e il calore umano delle sue mani.
Eppure, non mi trovo di fronte a uno sfogo o a un crollo emotivo ordinario; è piuttosto il punto in cui smetto di contenermi semplicemente perché non ho più nulla da difendere. Non sto cercando di convincere qualcuno o di farmi capire: sto solo dicendo quello che resta, restituendolo esattamente così com’è.
L’arresto improvviso
Qui non succede quello che ho vissuto precedentemente, perché la traccia non si spegne lentamente, ma si ferma di colpo. Senbr che sia stato l’arrangiatore Arif Mardin a imporre quella chiusura così netta, quasi a voler sottolineare che non c’era una sfumatura possibile, ma solo un muro contro cui impattare.
Si arresta davanti a qualcosa che non torna, che non posso cambiare e che non posso recuperare, e per la prima volta non faccio assolutamente niente per evitarlo: non reagisco, non provo a rimettere insieme i pezzi di quello che era, lo guardo e basta.
La spietatezza del bilancio
Un bilancio non negozia, non fa sconti e non accetta giustificazioni tardive. Quando tiri la riga, i numeri non cambiano forma per farti sentire meglio o per attutire la caduta.
C’è una spietatezza matematica in questo punto del percorso, una precisione chirurgica che toglie ogni residuo di speranza residua.
Non puoi aggiungere elementi che non ci sono mai stati, né puoi cancellare i debiti accumulati lungo la strada; quello che vedi sulla pagina è il risultato esatto, immutabile, di ogni singola rinuncia.
Il bilancio finale
Alla fine di questo percorso non sto più cercando una spiegazione, una direzione o un modo per reggere l’urto, e non mi sforzo nemmeno di accettare, dato che ho già attraversato tutte queste tappe.
Resta solo una distinzione estremamente semplice tra quello che è rimasto e quello che no, e intorno non c’è più niente da collegare. Non cerco di recuperare ciò che manca e non provo nemmeno a trattenerlo; Per la prima volta mi limito a guardarlo per quello che è diventato.
Non una liberazione né una riconciliazione, ma una forma di consapevolezza che, in modo diverso, ritrovo anche in “Capelli” di Niccolò Fabi, quando la ricerca di una conferma lascia il posto all’accettazione di ciò che siamo.
Ed è proprio in quello spazio vuoto che riesco finalmente a vedere con precisione ciò che è rimasto davanti a me: non si tratta di una scoperta improvvisa, di una liberazione o di una riconciliazione, ma è soltanto uno sguardo che, dopo aver evitato ogni direzione possibile, trova finalmente il coraggio di fermarsi e restare lì.
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