L’Utopia del Podio: Perché le Classifiche dei Chitarristi Sono un’Assurdità Senza Senso

di

Matteo Gabrini
Da musicista a lettore: il giorno in cui ho smesso di credere ai numeri Da quando ho memoria, e soprattutto da quando ho iniziato a imbracciare….

Da musicista a lettore: il giorno in cui ho smesso di credere ai numeri

Da quando ho memoria, e soprattutto da quando ho iniziato a imbracciare una chitarra, mi imbatto puntualmente nella stessa storia. Che si tratti della fine dell’anno, della celebrazione di un anniversario o dell’ennesima copertina di una rivista di settore, spunta sempre fuori la solita graduatoria: i cento migliori chitarristi di tutti i tempi, i cinquanta assoli più grandi della storia o i venti riff che hanno cambiato per sempre il rock.

Ogni volta che le leggo, avverto una strisciante e crescente insofferenza. Ho suonato la chitarra per anni, poi la vita mi ha portato altrove e l’ho dovuta mettere da parte per un po’, ma quella passione non si è mai spenta.

Negli ultimi tempi ho ripreso in mano lo strumento con una consapevolezza diversa e mi sono reso conto di una verità solare: più ascolto musica con attenzione, meno riesco a sopportare l’idea che l’arte possa essere rinchiusa in una classifica. Non si tratta di mancare di rispetto a chi compila questi elenchi, ma di prendere atto che il concetto stesso è viziato alla base.

Il tranello dei confronti: due motori per due mondi diversi

Spesso si commette l’errore di infilare stili ed epoche differenti nello stesso contenitore, pretendendo di decretare un vincitore assoluto.

È una pretesa surreale, paragonabile a quella di voler stabilire se sia superiore un campione di Formula 1 o un fuoriclasse della MotoGP. Parliamo di fenomeni assoluti che competono in discipline diverse, guidano mezzi differenti, affrontano sfide e richiedono sensibilità che non hanno nulla a che vedere tra loro. La domanda su chi sia “il migliore” è sbagliata in partenza.

Lo stesso identico corto circuito si verifica quando parliamo di chitarra: come si può paragonare un chitarrista blues a uno metal, un jazzista a un rocker, o un musicista funk a uno che fa progressive? Non parlano la stessa lingua, non inseguono gli stessi obiettivi e, soprattutto, non cercano di provocare nel lettore e nell’ascoltatore le medesime emozioni.

I giganti e le ombre: quando la graduatoria dimentica la storia

In cima a queste graduatorie troviamo quasi sempre i soliti mostri sacri, ed è anche giusto riconoscerne il valore. C’è Jimi Hendrix che ha riscritto da zero le regole dell’elettrica, c’è B.B. King che sapeva far cantare una singola nota piegandola come nessun altro, e c’è Eddie Van Halen che ha rivoluzionato la tecnica influenzando chiunque sia venuto dopo di lui.

Il problema non sono questi giganti che hanno fatto la storia, ma l’illusione di poter misurare l’arte dal primo al centesimo posto.

Quando si crea una lista rigorosa, qualcuno finisce immancabilmente per essere dimenticato.

Penso a un musicista straordinario come Steve Lukather, dotato di una tecnica mostruosa e di un gusto melodico rarissimo, presente nei dischi che hanno definito il suono degli anni Ottanta, eppure quasi mai posizionato ai vertici delle classifiche più popolari. Questo accade perché le graduatorie finiscono per raccontare soltanto una frazione superficiale della realtà.

Oltre la barriera della tecnica: l’energia di Angus e la tela di The Edge

La tecnica ha il suo peso, sia chiaro, ma non rappresenta affatto la totalità della musica. Per dimostrare quanto sia limitante giudicare un artista solo attraverso la velocità delle dita, mi basta pensare a due chitarristi che amo profondamente e che incarnano mondi quasi opposti: Angus Young e The Edge.

Il primo ha costruito un’epopea leggendaria e riempie gli stadi da decenni partendo da elementi teoricamente semplici, capaci però di sprigionare un’energia primaria e pura.

Il secondo non verrebbe probabilmente mai inserito tra i grandi virtuosi dello strumento, eppure ha ideato un linguaggio sonoro unico e immediatamente riconoscibile, trasformando i delay, gli ambienti e gli spazi vuoti in vere e proprie note strutturali.

Nessuno dei due ha cercato di suonare più note degli altri, ma entrambi hanno creato un’identità; la verità è che non riesco nemmeno a formulare la domanda su chi dei due sia il migliore.

La trappola della soggettività: la mia resa di fronte a Mark Knopfler

Ed è a questo punto che l’impalcatura delle classifiche crolla definitivamente, perché se io stesso cedessi alla tentazione di stilare la mia graduatoria personale, finirei per contraddire tutto ciò in cui credo.

Se dovessi indicare il chitarrista che più mi ha emozionato nel corso della vita, il primo nome che mi salirebbe alle labbra sarebbe quello di Mark Knopfler.

Non lo sceglierei perché lo ritengo “il migliore” in senso assoluto, ma semplicemente perché è colui che parla con più forza alla mia sensibilità.

Qui sta il limite invalicabile di ogni lista: non raccontano mai verità oggettive, ma parlano esclusivamente di gusti, di ricordi e di esperienze personali che variano da individuo a individuo.

I quindici minuti dell’anima: l’ascolto come scoperta e non come consumo

La ragione profonda per cui non riesco a prendere sul serio i podi musicali sta tutta nel modo in cui vivo l’ascolto. Quando parte un brano di Knopfler, non mi interessa minimamente sapere quale posizione occupi nelle riviste; ciò che mi cattura è la qualità del suo tocco caldo, pulito ed elegante, un suono umano che sembra respirare sul serio.

Adoro il modo in cui gestisce le dinamiche, passando con naturalezza da sfumature delicatissime a impennate di rara intensità, e soprattutto amo quel dialogo continuo tra la sua voce e le corde della chitarra, dove lo strumento sembra rispondergli come in una conversazione intima.

A chi mi chiede come si faccia ad ascoltare una canzone che dura quindici minuti, rispondo che per me è esattamente il contrario: ci potrei passare le ore, perché ogni singolo ascolto mi restituisce una risposta nascosta, un accento o un dettaglio che prima mi era sfuggito.

Per me la musica è un’esplorazione continua e mai un consumo frettoloso, e non esiste alcun punteggio capace di catalogare una sensazione del genere.

Il tocco unico: la semplicità come forma suprema di complessità

Knopfler non ha certo inventato il fingerpicking o il fingerstyle, che esistevano già da decenni, ma il modo in cui ha trasferito quelle tecniche sulla chitarra elettrica ha creato uno standard irripetibile.

Chiunque abbia provato a imbracciare una chitarra per replicare certi brani dei Dire Straits sa perfettamente quanto sia difficile ottenere quella limpidezza e quella precisione stilistica.

Eppure, quando lo si osserva suonare, tutto appare fluido e spontaneo. È proprio questa la qualità che più ammiro nei veri maestri: la capacità quasi magica di far sembrare semplice ciò che in realtà richiede anni di studio e una profonda sensibilità.

Oltre la competizione: il manifesto di RetroSound

In fin dei conti, sono convinto che il valore di un chitarrista non si misuri dal numero di note al secondo, dalla velocità dell’esecuzione o dalla posizione in una classifica redatta a tavolino.

La vera misura sta tutta nella capacità di comunicare e di toccare le corde giuste nell’anima di chi ascolta. Che si tratti di un assolo complesso o di un riff elementare, se quel suono riesce a provocare un brivido, ha già raggiunto il suo scopo supremo.

Ecco perché sulle pagine di RetroSound non troverete mai classifiche sui “migliori di sempre”: preferiamo di gran lunga raccontare una storia, un ricordo o un’emozione, esplorando ciò che un artista è riuscito a piantare dentro di noi piuttosto che discutere se meritasse il quinto o il ventesimo posto.

Lasciamo i podi, le medaglie e i cronometri alle piste d’atletica e allo sport.

La chitarra è voce, personalità e anima pura; è un universo troppo vasto per essere ingabbiato in un numero da uno a cento.

La musica non è una graduatoria da consultare con distacco, ma un viaggio da vivere fino in fondo, dove alcune canzoni sono così immense che una vita intera non basta per finirle di scoprire.

di Matteo Gabrini

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